Monticello d’Alba

Cappella di San Ponzio diacono

I più antichi affreschi del Roero, testimoni di un lontano passato

Nella quiete del cimitero di Monticello, ciò che resta dell’antica chiesa parrocchiale racchiude un segreto ben custodito: quattro affreschi antichissimi, testimoni di un passato lontano caratterizzato dall’essenzialità delle linee e dalle forme semplici. San Ponzio, Sant’Eligio, la Crocifissione e la Madonna con il Bambino ci raccontano le storie di operosi santi orafi e diaconi cartaginesi, mentre, calati nell’atmosfera medievale, riflettiamo sul mistero del sacrificio di Cristo.

Cappella di San Ponzio diacono
Via Borghetto, 3, 12066 Monticello d’Alba (CN)

GPS: 44.719355, 7.950377

IL ROERO DA SCOPRIRE

CAPPELLA DI SAN PONZIO DIACONO

I più antichi affreschi del Roero, testimoni di un lontano passato

Nel cimitero della frazione Villa di Monticello d’Alba sorge l’antichissima cappella di San Ponzio. Non doveva presentarsi così ai visitatori che vi giungevano un tempo: l’edificio attuale, infatti, è ciò che resta dell’antica parrocchiale di Monticello.

In seguito alle scorrerie di Ungari e predoni Saraceni, e alle guerre che spesso funestavano queste terre, gli abitanti di Montezelo si trasferirono dalla zona circostante l’attuale cimitero alla sommità della collina. Erano in cerca di una migliore protezione, fornita dall’altura e dalla presenza di un edificio fortificato scomparso, detto Castellasso. Dopo questo trasferimento, la parrocchiale cessò di essere il centro della vita di paese e fu in parte smantellata. Solo l’abside fu preservata: ebbe nuova vita come cappella cimiteriale, proseguendo la sua funzione per le sepolture.

Alcuni tratti della muratura esterna sono i testimoni del suo passato antico, con la scandita alternanza di laterizio rossastro e ciottoli di fiume disposti a spina di pesce, davvero sorprendente per l’effetto di elegante policromia.

Questa particolare disposizione dei ciottoli non è molto comune nel Roero: la possiamo ritrovare solo in altri edifici di epoca preromanica, antecedenti all’anno Mille.

Oppure in alcuni edifici di epoca romana: tratti di muratura del Turriglio, misterioso monumento situato nella vicina S. Vittoria d’Alba, sono realizzati proprio alternando mattoni di piatto a frammenti di pietre e ciottoli disposti a spina di pesce.

È possibile dunque che la cappella di San Ponzio faccia risalire le sue origini a un passato molto antico. A conferma di ciò, all’inizio del 1900 Federico Eusebio ritrovò nella muratura del cimitero di Monticello un’epigrafe cristiana risalente al V secolo: si tratta di un frammento di lastra tombale in marmo di una certa “Asteria”, che reca la scritta “…CET IN PACE ASTERIA…N…R…M…PL…M…N…LV”, cioè Hic requiescet in pace Asteria, annorum plus minus LV (qui riposerà in pace Asteria, anni di età cinquantacinque).

Inoltre, all’interno della cappella di San Ponzio è visibile l’antico architrave spezzato in due, forse appartenente all’originario frontone principale: è decorato con motivi a girali d’acanto, comuni nel Nord Ovest d’Italia fra il 700 ed il 900 d.C. e testimoni della fase costruttiva di questa chiesa, forse sorta sulle rovine di un’antica sede di culto pagano.

SAN PONZIO DIACONO (fine X secolo – prima metà XI secolo)

Entrando nella piccola cappella, sulla destra dell’altare possiamo trovare l’affresco più antico presente sul territorio del Roero: la raffigurazione di San Ponzio, diacono a Cartagine, attivo nella lotta al paganesimo e alle eresie nel III sec. d.C.

Nel suo De virus Illustribus, San Girolamo ci racconta che Ponzio fu devoto diacono del vescovo Cipriano. Sopportò con il suo vescovo l’esilio a Curubis (l’odierna Korba in Tunisia) fino al giorno del suo martirio, avvenuto nel 258 su ordine del proconsole romano Galerio Massimo. In seguito scrisse un volume agiografico, la Vita di Cipriano, e si dedicò alla lotta al paganesimo e alle eresie.

La sua festa è l’8 Marzo: e non va confuso con l’omonimo San Ponzio, peraltro presente nella vicina parrocchiale di Monticello, soldato della celebre Legione Tebea. Il San Ponzio soldato fu molto popolare in Piemonte, ma solo in epoca più tarda.

Il riquadro frammentato è composto da due figure di santi inquadrate orizzontalmente da una fascia con motivi ornamentali geometrici bicolori, frequenti nelle raffigurazioni fra il X e l’XI secolo. Il fregio è sorretto da un porticato con colonne esili dai capitelli rigonfi. Ai lati dell’arco centrale s’intravedono due campanili di tipo ravennate, che rappresentano interessanti e antichi esempi di architettura dipinta e dei riferimenti utili alla datazione dell’affresco.

San Ponzio è raffigurato con la carnagione divenuta di colore scuro: probabilmente un riferimento alle sue origini cartaginesi, sebbene la tonalità sia stata esacerbata dai restauri e ritocchi successivi, rendendo il volto del santo di difficile lettura.

Il santo è in posizione eretta, con le braccia quasi conserte sul petto, mentre tiene fra le mani due strumenti liturgici tipici del diacono: un libro chiuso e un’ostia consacrata. Il diacono, infatti, assiste il sacerdote durante il sacrificio religioso: somministrando l’ostia, infondendo il vino nel calice, porgendo al celebrante l’ostensorio.

Accanto a San Ponzio, un piccolo monaco dall’aureola appariscente sembra quasi volgere lo sguardo all’imponente figura sulla sua sinistra. La sua veste, un saio bianco e un mantello nero, è un indizio importante sulla sua identità: è niente meno che “S.B.”, ovvero San Benedetto, il promotore del monachesimo occidentale.

Il piccolo santo è un segnale dell’influenza dell’abbazia benedettina di Borgo San Dalmazzo, da cui dipendevano il vicino priorato di San Dalmazzo di Ninzolasco e il priorato di S. Ambrogio (a Santa Vittoria d’Alba). Dalla fine del X secolo i Benedettini furono tra i primi artefici della rinascita di molte terre nella val del Tanaro e nel Roero.

La datazione dell’affresco di San Ponzio è controversa. Alcuni studiosi, come il Perotti, lo fanno risalire addirittura all’epoca Carolingia (IX-X secolo). Tuttavia, dal 900 in poi la zona di Monticello fu gravemente devastata dalle scorrerie di Ungari e Saraceni, e appare improbabile che l’edificio sacro potesse essere sopravvissuto portando intatto sino a noi l’affresco di San Ponzio al suo interno. Qualche studioso fa notare come la mano che regge l’ostia sia di stile duecentesco, ma questa potrebbe essere un’alterazione dovuta al restauro dell’edificio realizzato nel XIII secolo, oppure ai pesanti ritocchi effettuati nel 1935. Inoltre, dal Duecento in poi salì in auge la devozione al San Ponzio soldato, e non più al San Ponzio diacono. Se l’affresco fosse stato effettivamente realizzato nel Duecento, avrebbe verosimilmente avuto come protagonista il martire della Legione Tebea e non il diacono cartaginese. Più probabilmente, invece, l’affresco fu realizzato in seguito alla ricostruzione della chiesa, attestata da documenti risalenti al 1041.

SANT’ELIGIO (prima metà XI secolo)

Entrando nella cappella di San Ponzio, sulla sinistra è ben visibile un riquadro dallo sfondo ocra e marrone. Al suo interno, un santo reca in mano degli attrezzi da maniscalco. L’epigrafe in cima all’affresco ci suggerisce un indizio sull’identità del personaggio: “AL LO” è l’abbreviazione del francese “Alloi”, cioè Eligio.

Effettivamente Sant’Eligio, venerato il primo dicembre, è il patrono di orefici e maniscalchi: nato a Chaptelat in Francia nel 588, apprese l’arte dell’oreficeria da Abbone e fu protagonista di una curiosa leggenda. Il re dei Franchi Clotario II gli consegnò una certa quantità di oro, sufficiente per realizzare un singolo trono. Con maestria, l’abile Eligio riuscì a confezionarne ben due. Si accattivò così le simpatie del re, divenendone suo orefice e monetario e godendo di grande fama anche presso il successore Dagoberto I, di cui fu tesoriere. Fondò il monastero di Salignac nel 632 e fu eletto dal popolo vescovo di Noyon nel 641. Trascorse il suo episcopato spendendosi per fondare ospizi, monasteri e convertire i pagani, che erano numerosi nel Nord della Francia. Dopo la canonizzazione fu venerato soprattutto come patrono di maniscalchi, orefici e contadini vignaioli.

Il patronato dei maniscalchi è evidente se osserviamo gli strumenti presenti nell’affresco: un martelletto, una scatoletta per chiodi, un ferro di cavallo, un’incudine e una pinza. La ferratura dei cavalli e la cura dei carri erano due attività fondamentali in epoca medievale, poiché rappresentavano preziosi mezzi di trasporto e aiuto alle attività contadine.

Secondo Mario Perotti, il culto di Eligio a Monticello si dovette all’influenza dei monaci benedettini, presso i quali era popolare come santo antipagano – proprio come San Ponzio diacono, a destra dell’altare. Dopo aver contribuito alla ricostruzione di abitati e attività economiche basilari della zona, i monaci sentivano probabilmente la necessità di lasciare nei luoghi di culto alcune figure ”guida” per il popolo, simboli di attivismo antipagano e costruttivo.

Anche Sant’Eligio ha subito pesanti ritocchi nel 1935, ma restano evidenti la qualità dell’affresco e il carattere semplice delle linee, esaltato dallo sfondo color ocra. Quest’ultimo può essere un riferimento agli sfondi dorati dell’arte bizantina, rivisti in chiave “semplificata”, oppure all’oro degli orefici che Eligio proteggeva.

Anche in questo caso la datazione non è semplice: per il Perotti si tratta di un affresco molto antico, risalente al X secolo. Molino e Accigliaro lo datano più correttamente intorno all’XI secolo. Quasimodo e Semenzato lo accostano addirittura allo stile Gotico della prima metà del XIV secolo.

La ragione di tale disparità di giudizio è dovuta alla difficile lettura dell’affresco. Su tutta la superficie è presente una diffusa picchiettatura, e i pesanti ritocchi realizzati nel 1935 ne hanno uniformato lo stile agli altri affreschi, più recenti, presenti nella cappella.

Tuttavia, le differenze restano evidenti: nell’utilizzo del chiaroscuro, nell’impostazione delle figure e nei fregi che delimitano i tre diversi affreschi.

A differenza della Crocifissione e della Madonna col Bambino, infatti, la superficie pittorica del Sant’Eligio di Monticello non è delimitata da alcun fregio: solo da una fascia più scura.

Ma ci sono altri indizi. La scritta “AL LO” è composta in caratteri Luxeuil, un tipo più antico rispetto ai caratteri gotici dell’epigrafe sottostante la Crocifissione. Inoltre, Sant’Eligio è solitamente raffigurato in due possibili varianti: il “vescovo orafo” e il più “umile” fabbro. Se la prima iconografia è più consona per gli orientamenti ecclesiastici e signorili del Trecento, la seconda – quella che troviamo a Monticello – è più antica e si riferisce ai movimenti monastici locali, come quello dei benedettini che già abbiamo visto attivissimi nella ricostruzione dell’area.

FRAMMENTO DI SEDILE CON COLONNINA TORTILE E PINNACOLI (circa 1360-1375)

In alcuni spazi della parete a sinistra dell’altare compaiono altri frammenti di pittura. Il più ampio è collocato sopra la Madonna col Bambino: un motivo geometrico composito di colore bianco, giallo, rosso e verde. Il fregio sembra inquadrare una scena di cui s’intravedono solo una colonnina a torciglione e parte di una struttura a trono con pinnacoli.

Si tratta di un frammento dalla qualità considerevole, non collegabile ad altro nella cappella cimiteriale di San Ponzio. Le minuzie preziose della cornice, il carattere elaborato dei pinnacoli e la colonnina con capitello corinzio fanno pensare ai lavori gotici del cosiddetto Maestro dei Meinardi, attivo nel cuneese fra il 1360 e il 1375.

MADONNA COL BAMBINO (ultimo quarto XIII sec. – primo quarto XIV sec.)

All’estrema sinistra della parete è affrescata una Madonna col Bambino di cui permangono pochi frammenti: il vestito scuro e una parte del fregio circostante, a scacchiera bianca e nera – simbolo medievale di morte ed eternità – che talvolta si innesta su un fregio a torciglioni.

La Madonna tiene presso di sé il Figlio, che sta eretto e la osserva benedicendola. I colori dell’affresco sono sobri. Nel rigore spicca l’acconciatura del Bambino, alla maniera dei modelli francesi dell’epoca di Luigi IX detto Il Santo (seconda metà XIII secolo). Proprio in quel periodo è attestata la presenza di Angioini ad Alba, come d’altro canto furono sempre fiorenti le relazioni mercantili fra il Piemonte e la Francia, foriere di scambi monetari, culturali e artistici.

CROCIFISSIONE (circa 1325)

Appena entriamo nella piccola cappella di San Ponzio siamo accolti da una maestosa rappresentazione della Crocefissione.

Si tratta di un affresco la cui datazione appare difficoltosa: gli studiosi oscillano fra la fine del XIII secolo e il primo Trecento. Probabilmente l’affresco è stato realizzato prima delle infeudazioni dei Malabaila (1341) e dei Roero (1376) a Monticello, quando la chiesa di San Ponzio era elencata nel cattedratico del Vescovado di Asti.

La scena è semplice e intensa. Cristo è sulla croce, con la Madonna piangente a sinistra e San Giovanni apostolo a destra.

Le tre figure sono rese con prevalenza di colori freddi, quasi cinerei, anche nel caso delle carnagioni. Gli unici tocchi di colore caldo sono dovuti alla veste di San Giovanni, all’ampio perizoma di Gesù, al piatto terreno color ocra e alle aureole. Nient’altro compare nella scena, che acquista così un carattere essenziale e forte. Interessante notare come la croce, nella sua parte superiore, “esca fuori” dal fregio a scacchiera che circonda la scena, come a sfondare la bidimensionalità dell’affresco.

In basso, nella fascia di colore bruno, è presente un’epigrafe parzialmente leggibile che recita “DIE III MENSIS AP[RI]L[IS] HOC OPUS FECIT FIERI….CUS”. Se fosse stata completa ci avrebbe rivelato autore e anno dell’opera.

Il Cristo è disposto in maniera peculiare: il capo è di tre quarti, reclinato sulla spalla destra. Il torace è ampio e delineato con pochi segni di contorno, con lievi tracce di sfumato chiaroscurale per rendere i volumi. L’anatomia della figura è resa con tratti indicativi, con qualche particolarità ad esempio nelle costole: sette dal lato sinistro e dieci dal destro. Dalla cinta in giù il corpo cambia posizione e assetto. I piedi in primo piano sono molto grandi, mentre le mani, nonostante siano inchiodate alla Croce, assumono una posizione benedicente. Nonostante il terribile supplizio, non c’è traccia di sangue, ferite o percosse subite: solo la bocca rivela una smorfia di sofferenza.

La Madonna ci appare addolorata ma composta, con la bocca leggermente deformata dal dolore e le mani congiunte in silenziosa preghiera all’altezza del viso. Indossa una veste color verde e un lungo mantello marrone/grigio, decorato sulla spalla da una stella a otto punte. Questo potrebbe essere semplicemente un vezzo decorativo del frescante, oppure un simbolo del destino, della buona e della cattiva sorte, così come un riferimento alla cometa che guidò i Magi dall’Oriente a Betlemme. La parte sottostante del vestito presenta un motivo decorativo bianco e nero a scudi.

San Giovanni, l’apostolo prediletto, è rappresentato addolorato alla destra della Croce. Indossa una veste candida sormontata da un ampio mantello giallastro. Si sostiene il capo mentre con una mano indica la Croce, dalla quale, secondo la tradizione, il Cristo gli comandò di prendere in affidamento l’addolorata Madre.

La qualità formale della pittura è notevole, e la scena convoglia un forte impatto emotivo. Le figure sono cristallizzate in un momento di dolore, con la predominanza di colori freddi solo appena attenuati dalle tinte ocra dei panneggi e del sole. La scenografia è essenziale, piatta: il terreno stesso su cui sorge la Croce è arido, parzialmente frantumato ai piedi della Croce. Il segno ha un ruolo preminente, i chiaroscuri sono solo abbozzati e i dettagli in generale non rivestono una grande importanza: un riferimento al gusto francese e ai suoi legami con il gotico lombardo.

La scena della Crocifissione di Monticello è dunque risolta in questo trittico di personaggi essenziali, forti rappresentazioni del credo cristiano. Il principale naturalmente è Gesù crocifisso, il Salvatore che accetta il martirio per il riscatto degli uomini, affiancato dalla Madonna – sempre oggetto di forte devozione popolare – e dal San Giovanni autore dell’omonimo Vangelo canonico e dell’Apocalisse. Si tratta di un’iconografia a schema piramidale fra le più antiche che ci siano pervenute: dal Trecento cambieranno molte modalità, compreso il modo di rappresentare la Crocifissione.

L’intera scena è inquadrata da fregi a scacchiera bianchi e neri, mentre il sole e la luna fanno capolino sopra la parte trasversale della croce. Nell’iconografia medievale i due astri simboleggiano lo scorrere del tempo e lo scandirsi ritmato dei giorni e delle notti. La luna è la misurazione popolaresca del tempo contadino ed è utilizzata anche nel calendario cristiano per ricorrenze e commemorazioni, come la Passione di Cristo. Il sole invece è l’astro principale del cielo: nel Cristianesimo simboleggia l’immortalità e la resurrezione, poiché il sole ogni giorno risorge a Oriente. Cristo è anche Cronocratore, Signore del Tempo, e soprattutto nell’arte romanica è associato al Sole che fissa la durata del giorno, con reminiscenze del Sol Invictus di pagana memoria.

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